Il modello 231: funzione e benefici per l’impresa

L’articolo esamina la funzione del MOG 231 e i benefici per l’impresa.

Il modello di organizzazione, gestione e controllo (MOG) previsto dal D. LGS. n. 8 giugno 2001, n. 231 è l’insieme di principi, procedure, protocolli, controlli e regole disciplinari attraverso cui l’impresa individua e governa i rischi di commissione dei reati rilevanti ai fini della responsabilità amministrativa degli enti. Il suo scopo non è soltanto formalizzare regole interne, ma costruire un sistema concretamente idoneo a prevenire gli illeciti, a rilevare tempestivamente le anomalie e a correggere le carenze organizzative.

Il modello deve essere calibrato sulla natura, sulle dimensioni e sull’attività dell’ente. Tra i suoi contenuti essenziali rientrano la mappatura delle attività sensibili, l’individuazione dei protocolli decisionali e dei flussi finanziari, gli obblighi informativi verso l’Organismo di Vigilanza, il sistema disciplinare e i meccanismi di aggiornamento.

Per i soggetti apicali, l’articolo 6 del d.lgs. 231/2001 richiede inoltre che l’ente dimostri di avere affidato a un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo la vigilanza sul funzionamento e sull’osservanza del modello. La disciplina comprende anche i canali di segnalazione interna, il divieto di ritorsione e il relativo sistema disciplinare, secondo la normativa sul whistleblowing.

L’adozione del documento, tuttavia, non è sufficiente. Il modello deve essere adottato prima della commissione del reato, effettivamente attuato, conosciuto dai destinatari, sottoposto a verifiche periodiche e aggiornato quando emergano violazioni significative o cambino l’organizzazione e l’attività dell’impresa.

La giurisprudenza ha chiarito che la sola nomina dell’Organismo di Vigilanza, l’adozione di un codice etico o l’introduzione di un sistema sanzionatorio non dimostrano, da soli, l’effettiva operatività del modello. Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 38025 del 2022

1. A cosa serve?

Il modello 231 serve innanzitutto a prevenire la responsabilità dell’ente per i reati commessi, nell’interesse o a vantaggio dell’impresa, da soggetti che esercitano funzioni di rappresentanza, amministrazione o direzione oppure da persone sottoposte alla direzione o vigilanza dei vertici aziendali.

La responsabilità dell’ente è autonoma rispetto a quella della persona fisica e presuppone, oltre alla commissione di un reato incluso nel catalogo legislativo, l’interesse o il vantaggio dell’ente e una colpa di organizzazione specificamente accertata. Art. 5 d.lgs. 231/2001

Il modello costituisce quindi uno strumento di prevenzione e di governo del rischio, non una garanzia assoluta di impunità. La sua idoneità deve essere valutata in concreto e in rapporto allo specifico reato verificatosi.

La Cassazione ha escluso che la mera assenza o inadeguatezza del modello determini automaticamente la responsabilità dell’ente, ma ha anche precisato che le carenze organizzative possono concorrere a dimostrare la colpa di organizzazione quando siano specifiche e causalmente

collegate all’illecito.

2. Benefici fiscali: attenzione a distinguere quelli diretti da quelli indiretti:

L’adozione del modello 231 non comporta, in via generale e automatica, il riconoscimento di un credito d’imposta, di una deduzione dal reddito o di una riduzione dell’IRES o dell’IRAP. Non esiste, dunque, un beneficio fiscale generalizzato collegato alla sola adozione formale del modello. Gli eventuali incentivi fiscali devono derivare da una specifica disciplina agevolativa o dal singolo bando, che può prevedere requisiti organizzativi, di legalità, tracciabilità o controllo interno.

Il beneficio fiscale può però manifestarsi indirettamente. Un modello adeguato rafforza i controlli sui flussi finanziari, sulla contabilizzazione delle operazioni, sui rapporti con la pubblica amministrazione, sulla gestione delle risorse e sulla prevenzione dei reati tributari e societari eventualmente inclusi nel catalogo applicabile. Ne può derivare una riduzione del rischio di sanzioni, recuperi fiscali, perdita di agevolazioni e costi connessi a contenziosi o a condotte fraudolente. Si tratta, tuttavia, di effetti economici di prevenzione e non di un’agevolazione fiscale automatica.

Un ulteriore profilo riguarda le discipline premiali che subordinano determinati vantaggi alla trasparenza e alla corretta gestione dei flussi aziendali. Ad esempio, l’articolo 10 del decreto-legge n. 201/2011 collega specifici benefici per alcune categorie di contribuenti all’invio telematico dei dati fiscali e all’utilizzo di un conto corrente dedicato; il modello 231 può favorire l’assetto organizzativo e documentale necessario a rispettare tali obblighi, ma non sostituisce le condizioni espressamente previste dalla legge. Art. 10 d.l. 201/2011

Il vantaggio fiscale più concreto, pertanto, è normalmente indiretto: prevenire condotte che espongano l’impresa a sanzioni, confische, decadenze da incentivi o costi di regolarizzazione. La presenza del modello non sana violazioni fiscali già commesse e non consente di conservare un’agevolazione in assenza dei requisiti sostanziali richiesti dalla disciplina di riferimento.

3.Tutela del patrimonio e continuità aziendale.

Il modello 231 contribuisce alla tutela del patrimonio perché riduce il rischio che l’impresa sia colpita da sanzioni pecuniarie, confische e misure interdittive. La confisca può riguardare il profitto del reato, anche per equivalente, e il sequestro preventivo può incidere su beni, disponibilità finanziarie e, in determinate ipotesi, sull’operatività aziendale. La prevenzione dei reati e la tempestiva eliminazione delle carenze organizzative sono quindi funzionali a preservare liquidità, beni strumentali, rapporti contrattuali e valore dell’impresa.

Il decreto prevede inoltre che le sanzioni interdittive non si applichino quando, prima dell’apertura del dibattimento di primo grado, l’ente abbia risarcito il danno, eliminato le conseguenze del reato, rimosso le carenze organizzative mediante l’adozione e l’attuazione di un modello idoneo e messo a disposizione il profitto ai fini della confisca. Si tratta di una disciplina premiale condizionata a presupposti rigorosi, che non coincide con una protezione patrimoniale automatica. Art. 17 d.lgs. 231/2001

Anche la riduzione della sanzione pecuniaria può operare quando, prima dell’apertura del dibattimento, il modello sia stato adottato e reso operativo e l’ente abbia risarcito integralmente il danno o eliminato le conseguenze dannose.

Il modello è rilevante per la continuità aziendale nei settori esposti a rischi di corruzione, sicurezza sul lavoro, ambiente, reati societari, frodi e illeciti informatici. La giurisprudenza ha sottolineato che l’adozione formale del modello non esclude le misure cautelari quando non incida concretamente sulle carenze strutturali che hanno consentito il reato.

4. Benefici in termini di governance.

Sul piano della governance, il modello 231 rende più chiara la distribuzione di ruoli, poteri e responsabilità. La mappatura dei rischi costringe l’impresa a individuare chi può assumere decisioni sensibili, quali controlli debbano precederle, quali autorizzazioni siano necessarie e quali flussi informativi debbano raggiungere gli organi societari e l’Organismo di Vigilanza.

Questo processo rafforza la separazione tra gestione, controllo e verifica, limita la concentrazione di poteri non bilanciati, migliora la tracciabilità delle decisioni e favorisce il coordinamento tra organo amministrativo, collegio sindacale, funzioni di controllo interno, compliance, responsabili di settore e revisori.

L’Organismo di Vigilanza non sostituisce gli amministratori né gestisce direttamente l’attività aziendale: vigila sul funzionamento e sull’osservanza del modello e ne promuove l’aggiornamento. La gestione dei rischi rimane responsabilità degli organi e delle funzioni aziendali competenti.

Una governance sostenuta dal modello 231 migliora inoltre la capacità dell’impresa di documentare le proprie scelte, individuare tempestivamente le anomalie, gestire i conflitti di interesse e reagire alle segnalazioni. Ciò può accrescere la fiducia di soci, finanziatori, partner commerciali, clienti e pubbliche amministrazioni, soprattutto nei rapporti caratterizzati da elevati requisiti di affidabilità e integrità.

5. Profili civili.
Sotto il profilo civile, il modello 231 può contribuire a dimostrare che l’impresa ha predisposto un assetto organizzativo ragionevole, coerente con la propria attività e orientato alla prevenzione dei rischi. La mappatura dei processi, la formalizzazione dei poteri, la tracciabilità delle operazioni e l’attivazione di controlli periodici possono assumere rilievo nella valutazione della diligenza degli amministratori e dell’adeguatezza dell’organizzazione societaria.

Il modello non esclude, tuttavia, la responsabilità civile dell’impresa, degli amministratori o dei dipendenti.

Non impedisce il risarcimento dei danni causati a terzi, ai lavoratori, ai soci, ai creditori o ai contraenti, né sostituisce gli ordinari obblighi di corretta amministrazione, sicurezza, vigilanza e adempimento contrattuale. La sua efficacia probatoria dipende dalla concreta attuazione delle procedure e dalla coerenza tra le regole scritte e la prassi aziendale.

Anche i rapporti con l’Organismo di Vigilanza devono essere disciplinati con attenzione. Nomina, durata, revoca, compensi e garanzie di autonomia devono essere coerenti con il ruolo dell’organo e con il regolamento che ne disciplina il funzionamento.

La giurisprudenza di merito ha evidenziato che il regolamento dell’Organismo di Vigilanza è distinto dal modello organizzativo e può produrre specifici effetti nel rapporto tra la società e i componenti dell’organo.

6. Profili penali e responsabilità dell’ente.
Il beneficio penale principale riguarda la possibilità di escludere o attenuare la responsabilità amministrativa dell’ente, non la responsabilità penale della persona fisica.

Il modello 231, infatti, non attribuisce immunità agli amministratori, ai dirigenti, ai dipendenti o ai collaboratori che commettano un reato. La persona fisica resta sottoposta all’accertamento della propria responsabilità secondo le regole penali ordinarie.

Per i reati commessi da soggetti apicali, l’ente deve dimostrare l’adozione e l’efficace attuazione, prima del fatto, di un modello idoneo, l’autonomia dell’Organismo di Vigilanza, l’elusione fraudolenta del modello da parte dell’autore del reato e l’assenza di omessa o insufficiente vigilanza. Per i reati commessi da soggetti sottoposti all’altrui direzione o vigilanza, l’ente non risponde quando dimostra che il reato è stato reso possibile non dall’inosservanza degli obblighi di direzione o vigilanza, ma dalla fraudolenta elusione del sistema preventivo. Art. 7 d.lgs. 231/2001

L’efficacia del modello deve essere valutata rispetto alla specifica area di rischio.

Nei reati colposi in materia di sicurezza sul lavoro, ad esempio, non è sufficiente richiamare genericamente l’esistenza di procedure: occorre che il sistema affronti concretamente valutazione dei rischi, formazione, manutenzione, gestione delle emergenze, appalti, sorveglianza e verifiche. L’articolo 30 del d.lgs. 81/2008 individua, per la sicurezza sul lavoro, i contenuti del modello idoneo a produrre efficacia esimente nelle parti corrispondenti.

La giurisprudenza applica un criterio concreto e prognostico: occorre verificare se, collocandosi idealmente nel momento del fatto, l’osservanza di un modello realmente virtuoso avrebbe eliminato o ridotto in modo efficace il rischio di commissione di un illecito della stessa specie.

 

Pornografia minorile e consenso del minore

Il caso scelto per la rubrica “Dialoghi Penali” esplora il tema del consenso del minore, che ha compiuto quattordici anni, con riguardo alla fattispecie ex art. 600 co. 1 ter c.p..

Il primo comma prevede due condotte autonome:

– la prima sanziona la produzione di materiale pornografico o la realizzazione di esibizioni o spettacoli utilizzando minori di anni diciotto;

– la seconda sanziona il reclutamento o l’induzione di minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici ovvero chi dai suddetti spettacoli trae profitto;

La vicenda decisa dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 6253/2026 affronta il tema della rilevanza del consenso nell’ambito della produzione di materiale pedo-pornografico.

L’imputato, accusato del reato ex art. 600 ter co. 1 c.p. veniva assolto dalla Corte di Appello in quanto quest’ultima riteneva, in senso antitetico rispetto alla decisione del Giudice di Primo Grado, che la video-ripresa era stata effettuata a fronte di unconsenso libero e consapevole prestato dalla minore, che aveva compiuto quattordici anni.

Il Procuratore Generale, non condividendo la decisione, proponeva ricorso per Cassazione, lamentando:

– l’assenza di un consenso libero della minore a causa della situazione di disagio in cui si trovava e della differenza di età con l’autore della condotta illecita;

– l’omessa valutazione di credibilità soggettiva e oggettiva della vittima;

La Corte ha rigettato il ricorso confermando la pronuncia di assoluzione, in quanto dall’esito dell’istruttoria dibattimentale non era emersa alcuna forma di utilizzo (sfruttamento, manipolazione e strumentalizzazione) della minore, che aveva manifestato un consenso libero alla video-ripresa in una relazione sentimentale paritaria.

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Appropriazione indebita e divisione ereditaria

La vicenda scelta per la rubrica Dialoghi Penali esplora la configurabilità del reato di appropriazione indebita nel contesto di un giudizio di divisione ereditaria connotato da un’accesa conflittualità tra i due eredi.

Il caso:

Un giorno Tizio scopre che la germana Caia aveva venduto un quadro oggetto del giudizio di divisione, riconoscendo il bene su un sito di un antiquariato.

Immediatamente presenta una denuncia/querela nei confronti di Caia contestando il reato di appropriazione indebita ex art. 646 c.p. , in quanto quest’ultima aveva la disponibilità esclusiva del bene collocato all’interno dell’abitazione familiare, anch’essa oggetto del giudizio di divisione ereditaria, ove aveva continuato ad abitare.

A seguito di attività investigative, viene appurato che Caia aveva dichiarato all’acquirente, nell’atto di cessione, di essere la proprietaria esclusiva del quadro.

Dalla vendita aveva incassato la somma di € 400,00.

Il PM, valorizzando il valore contenuto del bene compravenduto e l’assenza di precedenti penali a carico dell’indagata, formula una richiesta di archiviazione per tenuità del fatto ex art. 131 bis c.p.

Caia, mia assistita, ha deciso di proporre opposizione alla richiesta suddetta.

Nello specifico, Tizio aveva omesso di riferire nell’atto di denuncia/querela che in data antecedente alla vendita si era appropriato della somma di € 3.000,00, presente su un conto cointestato con la germana.

Nell specifico, aveva chiesto all’Istituto di Credito ove era stato acceso il conto cointestato di emettere un assegno circolare in suo favore pari all’importo presente sul conto corrente di oltre € 6.000,00 e, quindi sottraendo illegittimamente alla sorella anche la quota di sua spettanza.

In ragione di tale comportamento, Caia aveva ottenuto un 𝗱𝗲𝗰𝗿𝗲𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗴𝗶𝘂𝗻𝘁𝗶𝘃𝗼 per l’importo di € 3.000,00 dichiarato esecutivo, in quanto non opposto nel termine di legge.

La difesa:

Nell’atto di opposizione venivano proposti due motivi di archiviazione:

  • La causa di non punibilità dello 𝗶𝘂𝘀 𝗿𝗲𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀 che presuppone un credito certo, liquido ed esigibile;
  • La carenza dell’𝗲𝗹𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼 del reato , in ragione sia del credito formatosi in data antecedente rispetto alla vendita, sia dell’importo dell’appropriazione pari ad € 200,00 di gran lunga inferiore rispetto a quello presente sul conto corrente di € 3.000,00, sottratto alla germana.

La decisione:

Il G.I.P. ha accolto l’opposizione spiegata, emettendo ordinanza di archiviazione.

Il giudice ha evidenziato che dalla ricostruzione della vicenda non emerge la prova che la condotta posta in essere fosse sorretta dal fine di conseguire un ingiusto profitto.

Il fisioterapista può incorrere nel reato di esercizio abusivo della professione di medico?

Il caso scelto per la rubrica “Dialoghi Penali” consente di esaminare i limiti correlati all’esercizio della professione di fisioterapista e le eventuali responsabilità di natura penale discendenti dal superamento dei predetti, che potrebbero determinare l’integrazione del reato di esercizio abusivo della professione ex art. 348 c.p.

Il caso…

Un fisioterapista veniva condannato per i reati ex artt. 348 e 609 co. 2 c.p. bis c.p. per aver esercitato abusivamente la professione di medico, in assenza della relativa abilitazione, eseguendo su diversi pazienti sedute fisioterapiche senza prescrizione medica, sostituendosi al sanitario nella diagnosi clinica e nell’elaborazione del programma riabilitativo.

Nel corso di alcuni trattamenti, abusando delle condizioni di inferiorità psichica delle persone offese, mediante azioni progressive ed invasive, volte a superare la loro resistenza, le avrebbe indotte a subire atti sessuali consistiti in penetrazioni della vagina o dell’ano con le dita.

La pronuncia di condanna alla pena di anni quattro e mesi sei di reclusione veniva confermata dalla Corte di Appello di Cagliari, che rigettava le censure sollevate con il gravame dalla difesa dell’imputato.

L’imputato, per il tramite del difensore, ha impugnato la sentenza emessa dalla Corte di Appello sollevando con il ricorso differenti motivi di doglianza.

Ci soffermiamo esclusivamente su quelli con i quali la difesa ha sostenuto, in primis l’insussistenza del reato ex art. 348 c.p. e, poi, la configurabilità dell’errore ex art. 47 c.p.

La decisione…

La Corte nel rigettare la prima doglianza ha evidenziato che il fisioterapista ha posto in essere attività di spettanza medica, avendo formulato una diagnosi e redatto un programma di sedute sulla base dei dolori e dei fastidi riferiti dalla paziente.

“La laurea in fisioterapia non abilita ad alcuna attività di diagnosi, consentendo al fisioterapista il solo svolgimento, anche in autonomia, di attività esecutiva della prescrizione medica”.

Occorre rilevare, peraltro, da una lettura della normativa di settore, in particolare dalla Legge n. 251 del 2000 e dal Decreto Ministeriale n. 741 del 1994, che il fisioterapista ha un’autonomia esclusivamente nell’ambito del profilo e delle competenze professionali proprie della figura, sempre in rapporto con le diagnosi e prescrizioni di stretta competenza medica.

Ciò significa che l’attività fisioterapica deve necessariamente inserirsi all’interno di una preliminare individuazione del problema clinico e del tipo di risposta riabilitativa necessaria, oltre che della verifica dei risultati, nel rispetto delle prerogative che la normativa statale attribuisce al medico e al fisiatra.

Il fisioterapista può certamente procedere a una valutazione delle condizioni funzionali del paziente nell’ambito delle proprie competenze riabilitative, ma tale attività deve rimanere circoscritta agli aspetti strettamente attinenti al percorso riabilitativo già delineato dalla prescrizione medica.

Quando invece il professionista si spinge a formulare giudizi diagnostici sulle cause del malessere, a individuare patologie o alterazioni organiche, o a predisporre autonomamente programmi terapeutici, si configura l’invasione dell’ambito di competenza esclusivamente medica.

La Corte ha rigettato, altresì, la richiesta di riconoscimento dell’errore ex art. 47 c.p. sulla conoscenza della disciplina di settore che si traduce in errore di diritto di mancata conoscenza della legge extra-penale, in quanto evitabile con l’ordinaria diligenza informativa.

Nonostante il rigetto dei motivi di ricorso esaminati, la Corte ha rilevato il decorso dei termini di prescrizione del reato, dichiarando l’estinzione del predetto.

Infine, quanto al reato ex art. 609 bis c.p. la Corte ha annullato la pronuncia limitatamente ai motivi relativi al trattamento sanzionatorio e alla pena accessoria.

Revenge porn e problemi di configurabilità

Il caso scelto per la rubrica Dialoghi Penali e deciso dalla Suprema Corte con la pronuncia n. 11743/2025 offre l’occasione per approfondire un aspetto peculiare del reato di revenge porn, disciplinato dall’art. 612 ter c.p.

La disposizione, introdotta dalla L. n. 69/2019, sanziona la condotta di divulgazione non consensuale di immagini o video sessualmente espliciti.

Il legislatore ha inteso tutelare la libertà di autodeterminazione della persona, l’onore, il decoro, la reputazione, la privacy, nonché l’”onore sessuale” della singola persona.

Il reato è procedibile a querela della persona offesa, che ha sei mesi di tempo per presentarla.

La remissione può essere soltanto processuale. Si procede d’ufficio nei casi di cui al quarto co. dell’art. 612 ter c.p. e, quindi, se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di infermità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

Fermo quanto precede, la Suprema Corte ha vagliato il ricorso proposto da un imputato condannato per il reato ex art. 612 ter c.p. con sentenza confermata dalla Corte di Appello di Milano.

Contro la decisione è stato proposto ricorso per Cassazione per plurimi motivi.

Con il primo motivo, il ricorrente ha censurato la sentenza di condanna rilevando che le foto, delle quali non si contestava il contenuto sessualmente esplicito, non ritraevano la persona offesa. Mancava, nella sostanza, la prova che le predette fossero riferibili alla querelante.

La Corte ha dichiarato inammissibile la censura, evidenziando che la sentenza con argomentazioni logiche ha ricostruito il rapporto intercorso tra l’imputato e la persona offesa, nonché la riferibilità delle foto a quest’ultima.

Inoltre, ha osservato che, anche ove non fosse stata accertata la riconoscibilità della persona le cui parti intime erano ritratte, il delitto sarebbe stato comunque integrato.

La decisione ha rimarcato che la fattispecie penale in esame è collocata nell’ambito di quelle poste a tutela della libertà morale individuale ed è diretta alla protezione della sfera di intimità e della privacy, intesa quale diritto a controllare l’esposizione del proprio corpo e della propria sessualità, in un’ottica di autodeterminazione della sfera sessuale individuale, che deve ricevere una protezione assoluta, che prescinde dalla concreta riconoscibilità da parte dei destinatari del video o delle immagini della persona le cui parti intime siano rappresentate.

Il reato di molestia può essere integrato dall’invio di e-mail?

La vicenda giudiziaria scelta per la rubrica “Dialoghi Penali” offre l’occasione per esaminare la configurabilità del reato di molestia o disturbo alle persone ex art. 660 c.p. attraverso l’invio di e-mail.

La fattispecie penale avente natura contravvenzionale sanziona il recare molestia o disturbo alle persone senza alcun valido motivo, commesso in un luogo pubblico o privato nonché per mezzo del telefono.

La condotta dell’autore deve essere sorretta da petulanza o da latro biasimevole motivo, con conseguente dimostrazione, da parte dell’accusa del dolo specifico.

Il bene giuridico tutelato è individuabile nell’ordine pubblico e di riflesso nella salvaguardia del privato leso da comportamenti fastidiosi.

Nel caso in esame, l’imputato, a cui era contestata l’ipotesi contravvenzionale ex art. 660 c.p., aveva inviato alla persona offesa differenti messaggi telefonici mediante il sistema short message system ovvero con il sistema whatsapp, nonché a mezzo e-mail.

Il giudice di Prime Cure, all’esito dell’istruttoria dibattimentale, emetteva sentenza di condanna nei confronti dell’accusato, ritenendo integrato il reato.

Contro la decisione veniva proposto atto di appello, correttamente qualificato come ricorso per cassazione, con il quale venivano sollevati plurimi motivi di doglianza:

  • Violazione di legge e vizio di motivazione per omessa dimostrazione che i messaggi e le comunicazioni fossero state effettuate per motivi molesti;
  • Violazione di legge e vizio di motivazione in quanto la decisione non aveva dato adeguata motivazione circa il diniego del riconoscimento dell’esimente ex art. 131 bis c.p.

La decisione della Suprema Corte di Cassazione (sentenza n. 8231/2025) è interessante nella parte in cui ha evidenziato che la configurabilità del reato è esclusa dall’invio di e-mail, anche se occorre operare qualche precisazione.

La disposizione ex art. 660 c.p., come esposto, punisce i comportamenti molesti posti in essere anche attraverso il mezzo del telefono e, pertanto, non sussistono dubbi in ordine alla configurabilità del reato se commesso mediante l’invio di messaggi o chiamate reiterate, che determinano un’immediate interazione tra il mittente e il destinatario.

Sul punto, in precedenza, in un caso analogo, la Suprema Corte di Cassazione (sentenza n. 28959/2021) ha osservato “ai fini della configurabilità della contravvenzione de qua, allo strumento del telefono possono essere equiparati altri mezzi di trasmissione, tramite rete telefonica e rete cellulare delle bande di frequenza, di voci e di suoni purchè imposti al destinatario, senza possibilità per lui di sottrarsi alla immediata interazione con il mittente…è, conseguentemente, esclusa, a contrario, l’ipotizzabilità del reato in esame nel caso di molestie recate con il mezzo della posta elettronica, perché in tal caso nessuna immediata interazione tra il mittente ed il destinatario si verificherebbe nè un’ intrusione diretta del primo nella sfera delle attività del secondo… l’ azione del mittente si esaurisce nella memorizzazione di un documento di testo (colla possibilità di allegare immagini, suoni o sequenze audiovisive) in una determinata locazione dalla memoria dell’elaboratore del gestore del servizio, accessibile dal, destinatario; mentre la comunicazione si perfeziona, se e quando il destinatario, connettendosi, a sua volta, all’elaboratore e accedendo al servizio, attivi una sessione di consultazione della propria casella di posta elettronica e proceda alla lettura del messaggio, dunque, contrariamente alla molestia recata con il telefono, alla quale il destinatario non può sottrarsi, se non disattivando l’apparecchio telefonico, nel caso di molestia tramite posta elettronica una tale forzata intrusione nella libertà di comunicazione non si potrebbe verificare, con la necessaria precisazione, imposta dal progresso tecnologico, nella misura in cui esso consente con un telefono “attrezzato” la trasmissione di voci e di suoni in modalità sincrona, che avvertono non solo l’invio e la contestuale ricezione di sms (short messages system), ma anche l’invio e la ricezione di posta elettronica.

La Corte, pertanto, ha escluso le email dal novero degli strumenti mediante i quali può essere consumata la molestia nell’ipotesi in cui la percezione da parte del destinatario del disturbo non sia immediata.

La responsabilità penale del titolare della parafarmacia per la vendita di farmaci da parte del dipendente privo dei requisiti di legge

Talvolta banali comportamenti possono determinare una responsabilità penale, per fortuna nel caso esaminato dalla Suprema Corte di Cassazione il proprietario di una farmacia è stato, dopo una travagliata vicenda, assolto.

La Suprema Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 7100/2025, ha vagliato la responsabilità, a titolo di concorso, del proprietario di una parafarmacia per la vendita di farmaci da banco operata da soggetto non abilitato.

L’art. 5 co. 2 del D.L. n. 223/2006 prevede che il soggetto incaricato della vendita abbia conseguito la necessaria abilitazione.

Al titolare è stato contestato il reato di esercizio abusivo della professione ex art. 348 c.p., in quanto la sorella, priva dei requisiti previsti dalla disposizione richiamata, aveva venduto, in sua assenza, due farmaci da banco.

Il Tribunale di Catanzaro ha emesso nei confronti del titolare dell’esercizio commerciale una sentenza ex art. 131 bis c.p.

L’imputato, non condividendo le motivazioni della pronuncia, ha proposto ricorso per Cassazione, censurando la decisione sia per la carenza di prova circa il concorso nel reato che per l’insussistenza dell’elemento soggettivo.

La Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, assolvendo l’imputato con la formula “per non aver commesso il fatto”, in quanto l’istruttoria non ha dimostrato che il titolare “avesse determinato, o comunque deliberatamente consentito, l’esecutrice materiale alla commercializzazione dei farmaci, né che avesse impartito direttive affinché lo facesse…”.

Estinzione del reato per condotte riparatorie, persona offesa e pubblico ministero possono opporsi?

L’istituto disciplinato dall’art. 162 ter c.p. prevede che, per i reati procedibili a querela soggetta a remissione, il giudice può dichiarare estinto il reato se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, l’imputato ha riparato integralmente il danno.

I presupposti per ottenere l’estinzione del reato sono due: 1) la riparazione integrale del danno; 2) l’osservanza del limite temporale.

La Suprema Corte di Cassazione con la pronuncia n. 41899/2024, Sez. V, ha ribadito che i requisiti per l’applicazione dell’istituto sono due, non rilevando l’eventuale opposizione formulata dal P.M. o dal difensore della parte civile.

La decisione ha evidenziato che la disposizione in esame, a differenza di quanto previsto dall’art. 469 c.p.p., non prevede la facoltà in capo al PM e all’imputato di opporsi.


Pertanto, il giudice potrà dichiarare l’estinzione del reato procedibile a querela nell’ipotesi in cui il risarcimento avvenga prima della dichiarazione di apertura del dibattimento e sia integrale, senza che PM e difensore della parte civile possano opporsi.

Giova, infine, rilevare che la disposizione in esame non può essere applicata al reato di stalking ex art. 612 bis c.p., espressamente escluso dall’ultimo comma dell’art. 162 ter c.p.

Risponde del reato di getto pericoloso di cose il sindaco che non interviene nel caso di malfunzionamento di un depuratore Comunale?

Il protagonista della vicenda giudiziaria vagliata dalla Suprema Corte di Cassazione è un Sindico chiamato a rispondere della contravvenzione ex art. 674 c.p. (𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝘀𝗲), in quanto un considerevole quantitativo di reflui provenienti dall’impianto di depurazione comunale finivano in mare, imbrattando le acque marine.

La sentenza di condanna, confermata in appello, veniva impugnata innanzi alla Suprema Corte di Cassazione che dichiarava inammissibile il ricorso del sindaco, rilevando che, “in base alla disciplina sugli enti locali, i dirigenti hanno un dovere di controllo limitato al corretto esercizio della funzione di programmazione generale e, quanto al sindaco, dei compiti di ufficiale del governo, restando esclusa la responsabilità del sindaco per situazioni derivanti da problemi di carattere tecnico-operativo”.

L’art. 107 TUEL prevede la delega ai dirigenti amministrativi dell’ente di autonomi poteri organizzativi e dunque permane comunque in capo al sindaco, quale figura politicamente ed amministrativamente apicale del comune, il dovere di controllo sul corretto esercizio delle attività autorizzate.

Egli ha, inoltre, il 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗻𝗼𝘁𝗲 𝘀𝗶𝘁𝘂𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗲𝗿𝗶𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝗴𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗲𝗱 𝗼𝗰𝗰𝗮𝘀𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗲𝗺𝗲𝗿𝗴𝗲𝗻𝘇𝗲 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗶𝗰𝗼-𝗼𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗲, 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗼𝗻𝗴𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼 𝗹𝗮 𝘀𝗮𝗹𝘂𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗼 𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗶𝘁à 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗮𝗺𝗯𝗶𝗲𝗻𝘁𝗲.

La Corte ha evidenziato che, nonostante il primo cittadino fosse a conoscenza delle problematiche discendenti dal cattivo funzionamento dell’impianto di depurazione nonché delle possibile conseguenze sull’ambiente, ha omesso ogni intervento diretto a porre rimedio alla situazione di pericolo, originata dai ripetuti sversamenti di reflui in mare.

Il reato di getto pericoloso di cose è un reato contravvenzionale spesso contestato anche a società che, a seguito di complesse lavorazioni, emettono fumi molesti o emissioni odorigene nocive per la salute umana.

Nel caso di fumi o emissioni odorigine è indubbio che l’accertamento tecnico necessario per la contestazione del reato sia particolarmente complesso anche per la durata delle predette e per la difficile individuazione delle fonti allorquando più attività industriali si trovino nella stessa area.

Nell’ipotesi di una contestazione per getto pericoloso di cose è opportuno rivolgersi immediatamente ad un Avvocato Penalista.

 

Arresti domiciliari e violazione del divieto di allontanamento: quali sono le conseguenze?

La vicenda giudiziaria decisa dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 8630/2024 affronta il tema della violazione della prescrizioni degli 𝐚𝐫𝐫𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐨𝐦𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐢 concernenti il divieto di allontanamento dalla propria abitazione o da un luogo di privata dimora.

L’imputato, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, veniva colto, a seguito di un controllo, fuori dalla propria abitazione in compagnia di un soggetto detentore di sostanza stupefacente.


La Corte di Appello di Milano disponeva la revoca della misura cautelare degli arresti domiciliari e la sostituzione con la custodia cautelare in carcere ex art. 276 co. 1 ter c.p.p., sottolineando che 𝐥’𝐞𝐩𝐢𝐬𝐨𝐝𝐢𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐫𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐯𝐞 in quanto l’imputato non soltanto aveva trasgredito le prescrizioni imposte, ma era stato colto insieme ad uno spacciatore.

Le circostanze emerse escludevano che l’episodio potesse essere considerato di “lieve entità”, unica ipotesi che avrebbe potuto impedire la revoca della misura cautelare in corso e la sostituzione con quella più afflittiva.

Occorre rilevare, infine, che la disposizione ex art. 276 co. 1 ter c.p.p. attua una deroga al principio codificato dall’art. 275 bis c.p.p., che impone sempre la valutazione di adeguatezza della misura rispetto alle esigenze cautelari.

Nel caso di violazione della misura degli arresti domiciliari è necessario contattare immediatamente un avvocato penalista.