Il MOG 231 deve essere aggiornato?

Il modello di organizzazione, gestione e controllo previsto dal d.lgs. 231/2001 non è un documento statico, destinato a conservare indefinitamente la propria efficacia per il solo fatto di essere stato formalmente adottato. La sua funzione preventiva richiede che rimanga coerente con i rischi concretamente presenti nell’impresa, con l’assetto organizzativo e con l’evoluzione normativa.

L’aggiornamento è necessario perché il modello deve mantenere nel tempo la propria idoneità preventiva.

1. Cos’è il modello 231?

Il modello di organizzazione, gestione e controllo, comunemente denominato MOG 231, è l’insieme di regole, procedure, protocolli, controlli e presidi disciplinari attraverso cui l’ente individua le attività esposte al rischio di commissione dei reati-presupposto e organizza misure idonee a prevenirli.

Il d.lgs. 231/2001 disciplina la responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato e si applica, tra gli altri, alle società e alle associazioni anche prive di personalità giuridica (art. 1 d.lgs. 231/2001).

La responsabilità dell’ente presuppone, in termini generali, la commissione di un reato nell’interesse o a vantaggio dell’ente da parte di un soggetto apicale o di una persona sottoposta alla direzione o vigilanza di quest’ultimo (art. 5 d.lgs. 231/2001).

Il modello assolve quindi a una duplice funzione. Da un lato, costituisce uno strumento di prevenzione e di governo del rischio-reato; dall’altro, può concorrere a escludere o attenuare la responsabilità dell’ente, purché sia stato adottato prima della commissione del reato, sia concretamente idoneo a prevenire illeciti della specie di quello verificatosi e sia stato efficacemente attuato.

Quando il reato è commesso da soggetti in posizione apicale, l’art. 6 del decreto richiede, tra l’altro, che l’organo dirigente abbia adottato ed efficacemente attuato un modello idoneo, che sia stato istituito un Organismo di Vigilanza dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo e che non vi sia stata omessa o insufficiente vigilanza sul funzionamento e sull’osservanza del modello (art. 6 d.lgs. 231/2001).

Per i soggetti sottoposti all’altrui direzione o vigilanza, l’art. 7 collega l’efficace attuazione anche alla verifica periodica e all’eventuale modifica del modello (art. 7 d.lgs. 231/2001).

La giurisprudenza esclude che la mera esistenza cartolare del MOG sia sufficiente. La Cassazione ha chiarito che la nomina dell’Organismo di Vigilanza, l’adozione del codice etico e l’introduzione di un sistema disciplinare non dimostrano, da soli, l’effettiva operatività del modello nel suo complesso (Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 38025 del 2022).

2. Perché il MOG 231 va aggiornato?

L’aggiornamento è necessario perché il modello deve mantenere nel tempo la propria idoneità preventiva.

L’art. 7, comma 4, lettera a), individua espressamente due situazioni che impongono una verifica e, se necessario, una modifica: la scoperta di significative violazioni delle prescrizioni del modello e i mutamenti nell’organizzazione o nell’attività dell’ente (art. 7 d.lgs. 231/2001).

Ne deriva che non esiste, in via generale, un obbligo di aggiornamento a scadenza annuale o secondo un intervallo temporale fisso valido per ogni ente. Esiste invece un obbligo di mantenimento dell’adeguatezza, da attuare mediante verifiche periodiche e interventi proporzionati ai cambiamenti e ai rischi rilevati.

L’eventuale previsione, nel modello o nel regolamento dell’Organismo di Vigilanza, di una periodicità delle verifiche costituisce un parametro organizzativo interno che deve essere rispettato e documentato.

L’aggiornamento può rendersi necessario, in particolare, quando intervengono modifiche legislative che ampliano o modificano il catalogo dei reati-presupposto, quando cambiano l’attività esercitata, la struttura societaria, i processi decisionali, i poteri di firma, le deleghe, la catena gerarchica o i rapporti con clienti, fornitori e pubbliche amministrazioni.

Analoga esigenza può sorgere in occasione di operazioni straordinarie, acquisizioni, riorganizzazioni, esternalizzazioni, apertura di nuove sedi o ingresso in nuovi mercati.

Un ulteriore indice di necessità dell’aggiornamento è costituito dalla rilevazione di una violazione, di un quasi incidente, di una criticità nei controlli o di un procedimento relativo a un reato-presupposto. In tali casi non è sufficiente limitarsi a sanzionare la condotta individuale: occorre verificare se il fatto evidenzi lacune nella mappatura dei rischi, nei protocolli, nei flussi informativi, nel sistema disciplinare o nell’effettiva applicazione delle procedure.

Il modello deve inoltre essere coordinato con i sistemi di controllo già presenti nell’impresa.

In materia di salute e sicurezza sul lavoro, ad esempio, l’art. 30 del d.lgs. 81/2008 richiede il riesame e l’eventuale modifica del modello quando siano scoperte violazioni significative della normativa prevenzionistica o quando intervengano mutamenti nell’organizzazione e nell’attività in relazione al progresso scientifico e tecnologico (art. 30 d.lgs. 81/2008).

L’aggiornamento deve essere preceduto da una valutazione del rischio e tradursi, quando occorre, nella modifica delle parti effettivamente interessate: analisi delle attività sensibili, protocolli, deleghe e procure, procedure di controllo, flussi verso l’Organismo di Vigilanza, sistema disciplinare, formazione e comunicazione.

La Cassazione ha sottolineato che l’idoneità del modello va apprezzata in concreto rispetto alla tipologia di illecito e alle modalità della sua possibile realizzazione, senza che la conformità astratta a linee guida di categoria sia sufficiente (Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37119 del 2012).

3. Chi segnala la necessità di aggiornare il modello?

La responsabilità formale dell’adozione e dell’approvazione del MOG compete all’organo dirigente, mentre all’Organismo di Vigilanza è affidato il compito di vigilare sul funzionamento e sull’osservanza del modello e di curarne l’aggiornamento, ai sensi dell’art. 6, comma 1, lettera b), del d.lgs. 231/2001 (art. 6 d.lgs. 231/2001). Occorre quindi distinguere tra il soggetto che rileva e segnala la necessità di intervento e l’organo che, secondo il sistema di governance dell’ente, assume la decisione di adottare la nuova versione.

L’Organismo di Vigilanza è normalmente il principale soggetto propositivo. Attraverso le attività di vigilanza, gli audit, l’esame dei flussi informativi, le verifiche sui processi sensibili e l’analisi delle segnalazioni, esso può individuare scostamenti tra il modello e la concreta operatività aziendale. L’OdV dovrebbe quindi riferire tempestivamente all’organo dirigente, indicando le ragioni dell’aggiornamento, le aree interessate e il livello di urgenza.

La necessità di aggiornamento può essere segnalata anche dalle funzioni aziendali responsabili dei processi a rischio, dal responsabile legale o compliance, dal responsabile della prevenzione e protezione per i profili di sicurezza, dal responsabile anticorruzione ove previsto, dall’organo di controllo, dal collegio sindacale, dai revisori e dai dirigenti. Un ruolo essenziale spetta inoltre ai destinatari delle procedure, che possono rilevare prassi difformi, controlli inefficaci o nuovi rischi operativi.

Le segnalazioni devono essere tracciate. È opportuno che il sistema organizzativo stabilisca canali, contenuti minimi, tempi di trasmissione, soggetti destinatari e modalità di conservazione della documentazione. L’OdV deve poter ricevere informazioni rilevanti e riferire all’organo dirigente senza interferenze incompatibili con la propria autonomia. La sua funzione, tuttavia, non coincide con quella gestionale: non spetta all’OdV amministrare direttamente i processi aziendali o sostituirsi ai responsabili operativi. La Cassazione ha precisato che l’Organismo di Vigilanza sorveglia e verifica la funzionalità e l’osservanza del modello, ma non gestisce direttamente i sistemi di sicurezza o le attività operative dell’impresa (Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 18413 del 2022).

La decisione finale sull’adozione della nuova versione del modello spetta all’organo competente secondo la legge, lo statuto e l’assetto di governance dell’ente. Nella prassi societaria tale competenza è generalmente esercitata dal consiglio di amministrazione o dall’amministratore unico, sulla base dell’istruttoria e della proposta dell’OdV e delle funzioni aziendali interessate. L’approvazione dovrebbe essere accompagnata da un verbale che dia conto delle ragioni dell’intervento, delle verifiche svolte e delle principali modifiche introdotte.

4. Mancato aggiornamento e profili di responsabilità.

Il mancato aggiornamento non determina automaticamente, per il solo decorso del tempo, la responsabilità dell’ente. La responsabilità amministrativa da reato richiede l’accertamento del reato-presupposto, dell’interesse o vantaggio dell’ente e della cosiddetta colpa di organizzazione, ossia di uno specifico deficit organizzativo causalmente collegato alla commissione dell’illecito.

La mera assenza, inidoneità o inefficace attuazione del modello non costituisce da sola l’intero illecito dell’ente, ma può rappresentare un elemento dimostrativo della colpa di organizzazione (Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 18413 del 2022).

Il rischio, tuttavia, è concreto quando il modello non recepisce un cambiamento rilevante e, proprio per tale lacuna, non è in grado di prevenire il reato successivamente commesso. In questa ipotesi l’ente può non riuscire a dimostrare l’efficace attuazione del modello oppure può emergere che i presidi formalmente previsti erano inadeguati rispetto al rischio effettivo. L’adozione formale di una nuova versione dopo la commissione del reato non elimina, di regola, la necessità di valutare quale fosse l’assetto organizzativo esistente al momento del fatto.

La verifica dell’idoneità segue infatti una valutazione collocata idealmente nel momento della commissione dell’illecito, considerando se un modello virtuoso avrebbe eliminato o ridotto il rischio della sua verificazione (Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 41030 del 2025).

Il mancato aggiornamento può incidere anche sulla posizione degli amministratori.

L’organo dirigente, cui compete l’adozione e l’efficace attuazione del modello, deve assicurare che l’assetto organizzativo sia adeguato all’attività esercitata e che le criticità segnalate siano esaminate. L’eventuale responsabilità dell’amministratore non discende automaticamente dalla sola esistenza di un modello non aggiornato, ma può essere valutata alla luce della concreta conoscenza delle criticità, delle segnalazioni ricevute, dei poteri disponibili, delle omissioni compiute e del nesso causale con il danno o con l’illecito.

Anche l’Organismo di Vigilanza può essere esposto a profili di responsabilità se omette ingiustificatamente di svolgere i compiti di vigilanza, non rileva criticità conoscibili attraverso i flussi e le verifiche previste oppure non segnala all’organo dirigente la necessità di intervenire. Non gli può essere imputata, invece, una responsabilità gestionale per il solo fatto che un reato sia stato commesso, soprattutto quando abbia effettivamente esercitato i propri poteri di controllo e abbia documentato le segnalazioni formulate. La valutazione deve essere concreta e riguardare l’attività esigibile in relazione alle dimensioni dell’ente, alla struttura dei rischi e alle informazioni disponibili.

Sul piano sanzionatorio, il deficit organizzativo può concorrere all’applicazione delle sanzioni previste dal d.lgs. 231/2001 e incidere sulla valutazione delle misure cautelari. La giurisprudenza ha chiarito che la nomina dell’OdV e l’adozione successiva di un modello non sono sufficienti quando il nuovo assetto non modifica concretamente le carenze che hanno consentito il reato e lascia immutati spazi di discrezionalità non adeguatamente controllati (Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 37119 del 2012).

In conclusione, l’aggiornamento del MOG 231 deve essere trattato come un processo permanente di verifica e miglioramento, non come un adempimento occasionale.

Un sistema efficace dovrebbe prevedere una mappatura periodica dei rischi, flussi informativi affidabili, un ruolo autonomo e documentato dell’Organismo di Vigilanza, una procedura interna per la proposta e l’approvazione delle modifiche, nonché attività di formazione e comunicazione coerenti con la versione aggiornata.

La tenuta documentale di ogni fase consente di dimostrare non soltanto che il modello esiste, ma che l’ente lo ha concretamente monitorato e mantenuto adeguato nel tempo.

Perquisizione e dichiarazioni spontanee, sono utilizzabili nel giudizio abbreviato?

Il caso scelto per la rubrica Dialoghi Penali affronta lo spinoso tema dell’utilizzabilità, nel rito abbreviato, delle dichiarazioni spontanee rese dall’indagato nell’immediatezza del fatto.

Nello specifico a Tizio, sorpreso, a seguito di perquisizione, nella disponibilità di un’arma, veniva contestato il reato previsto dall’art. 4 I. 110/75.

Con il proprio legale decideva di richiedere il giudizio abbreviato ex art. 438 c.p.p. all’esito del quale veniva condannato, pronuncia poi confermata in sede di appello.

La difesa proponeva ricorso per Cassazione ritenendo sussistente la violazione dell’art 350 c.p.p. per avere la Corte attribuito all’imputato la disponibilità dell’arma sequestrata, rinvenuta all’interno della autovettura, unicamente sulla base delle dichiarazioni rese da quest’ultimo e riportate nel verbale di PG.

Le dichiarazioni, secondo quanto evidenziato nei motivi di ricorso, risultavano affette da inutilizzabilità patologica in quanto non riportate in un verbale ad hoc e non sottoscritte.

La Corte ha rigettato il ricorso, evidenziando che le dichiarazioni spontanee rese dall’indagato possono essere contenute in un’annotazione ovvero inserite nel verbale di perquisizione o sequestro, senza che occorra un atto autonomo, a condizione che il dichiarante apponga la propria firma, tuttavia, nel caso de quo, la prova della riconducibilità dell’arma al ricorrente discendeva dalla completa disponibilità dell’autovettura e dal tentativo di nascondere l’arma non appena gli agenti si erano avvicinati per la perquisizione (Cfr. Cass. Pen. n. 33273/2026)

La Corte, nella sostanza, ha ascritto la condotta in contestazione all’imputato non sulla base di un elemento dichiarativo, bensì su elementi fattuali ritenuti idonei a dimostrare il possesso dell’arma.

Il principio di diritto sollevato dalla difesa era sicuramente corretto, tuttavia, la prova della commissione del reato è stata rinvenuta nel comportamento sospetto dell’indagato.

Il valore del silenzio nella strategia difensiva

La questione giuridica scelta per la rubrica “Dialoghi Penali” esplora l’utilizzabilità, nelle diverse fasi del processo penale, delle dichiarazioni spontanee rese dall’indagato ex art. 350 co. 7 c.p.p. e di quelle delegate ex art. 350 commi 1 e 4 c.p.p.

Il tema, apparentemente banale, impone, come vedremo, una pianificazione della strategia difensiva sin dalla fase delle indagini preliminari atteso che, in alcuni casi, le dichiarazioni potrebbero essere utilizzate dal giudice ai fini della pronuncia, nonostante il silenzio serbato, in sede dibattimentale, dall’imputato.

Ulteriore aspetto da non tralasciare attiene ai limiti di utilizzabilità delle dichiarazioni rese dall’indagato in fase di indagine all’interno del giudizio abbreviato.

Occorre partire dall’analisi delle disposizioni che regolano le due tipologie di dichiarazioni:

  • Dichiarazioni spontanee verbalizzate e non verbalizzate (artt. 350 co. 7 e 357 co. 2 lett. b);
  • Sommarie informazioni delegate (art. 350 commi 1 e 4 c.p.p.);

Le dichiarazioni spontanee verbalizzate costituiscono l’ipotesi fisiologica in cui viene redatto un verbale ad hoc o, in alternativa, sono inserite in un verbale di arresto, perquisizione o sequestro, sempre sottoscritto dal dichiarante.

Sono utilizzabili nella fase delle indagini preliminari, in sede di incidente cautelare, in sede di giudizio abbreviato, mentre sono inutilizzabili in dibattimento.

Tuttavia, se impiegate per le contestazioni ex art. 503 co. 3 c.p.p., confluiscono nel materiale istruttorio che il giudice valuterà per emettere la sentenza.

Ne discende che se l’indagato ha reso dichiarazioni spontanee verbalizzate contenenti circostanze non favorevoli alla sua posizione o che, comunque, potrebbero destare dubbi sull’estraneità ai fatti contestati, è opportuno che, in sede dibattimentale, non si sottoponga all’esame.

Le dichiarazioni spontanee non verbalizzate ricorrono quando l’indagato rende dichiarazioni spontanee che la polizia giudiziaria non riversa in un verbale formale, limitandosi ad annotarle in atti interni, senza la sottoscrizione del dichiarante.

Sono utilizzabili nella fase delle indagini preliminari, in sede di incidente cautelare, mentre sono inutilizzabili sia nel rito contratto del giudizio abbreviato, sia in dibattimento.

Le sommarie informazioni delegate includono tre ipotesi differenti:

  • Interrogatorio reso al pubblico ministero (artt. 64, 65, 375 c.p.p.);
  • Sommarie informazioni delegate (art. 350, commi 1-4, assunte dalla polizia giudiziaria su delega del PM ex art. 370 c.p.p.);
  • Dichiarazioni rese al giudice nel corso delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare (es. interrogatorio di garanzia ex art. 294 c.p.p., udienza di convalida, art. 422 c.p.p.);

Tutte e tre condividono un tratto comune: sono dichiarazioni assunte con le garanzie difensive — assistenza del difensore, avvisi ex art. 64 c.p.p., verbalizzazione formale. Ed è proprio questa garanzia a rendere costituzionalmente tollerabile l’ingresso nel dibattimento in assenza di contraddittorio: se l’imputato rifiuta l’esame, la lettura ex art. 513 c.p.p. diventa lo strumento per evitare che il silenzio si trasformi in una paralisi probatoria.

Chiaramente, come intuibile, sono utilizzabili sia nella fase delle indagini preliminari che in sede di giudizio abbreviato.

In ragione di quanto esposto, la scelta del silenzio da parte dell’indagato/imputato può costituire uno strumento di difesa quando siamo in una fase antecedente alla notifica dell’avviso 415 bis c.p.p. e, quindi, non conosciamo ancora il materiale investigativo, quando la posizione è traballante e il dichiarante potrebbe essere messo in difficoltà e, soprattutto, nell’ipotesi in cui non abbiamo ancora elaborato un piano di azione.

Decreto di sequestro probatorio e telefoni cellulari, quando la motivazione non è censurabile?

Il 𝗱𝗲𝗰𝗿𝗲𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗮𝗹𝗶𝗱𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘀𝗲𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 avente ad oggetto tre telefonici cellulari, contenenti 𝗽𝗹𝘂𝗿𝗶𝗺𝗶 𝗱𝗮𝘁𝗶 𝗶𝗻𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗶, che non indica i criteri di selezione della ricerca e il tempo di protrazione del vincolo è rispettoso dei principi di proporzionalità e di adeguatezza?

La Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputato che ha contestato la motivazione del decreto di sequestro probatorio, in quanto conteneva soltanto una stringata indicazione: “𝘱𝘦𝘳 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘴𝘵𝘳𝘶𝘪𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘳𝘦𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘳𝘪𝘧𝘰𝘳𝘯𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘦 𝘥𝘪 𝘤𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘥𝘥𝘦𝘵𝘵𝘢 𝘴𝘰𝘴𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢”.

Con la decisione la Corte, invece, ha osservato che il provvedimento impugnato è sufficientemente motivato dal momento che il pubblico ministero ha indicato in maniera specifica, ancorché concisa, le ragioni determinanti la necessità di una limitazione temporanea alla disponibilità esclusiva dei dati da parte del destinatario del provvedimento ablatorio.

Inoltre, la mancata indicazione di una data di riconsegna dei dispositivi non invalida la motivazione, in quanto il processo di estrazione dei dati rilevanti è variabile anche in considerazione della collaborazione dell’indagato (Cass. Pen. n. 3350/2026).

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La combustione illecita di rifiuti pericolosi ex art. 256 bis del D. Lgs. n. 152/2006 integra una fattispecie autonoma o una circostanza aggravante?

La vicenda giudiziaria scelta per la rubrica Dialoghi Penali origina dalla condanna per il reato ex art. 256 bis (combustione illecita di rifiuti) del D.Lgs. n. 152/2006, emessa nei confronti di un uomo accusato di aver appiccato il fuoco a rifiuti pericolosi abbandonati in un terreno.

La pronuncia di primo grado veniva confermata dalla Corte di Appello di Palermo, che reputava la decisione immune da censure. La difesa dell’imputato, ritenendo la decisione viziata, proponeva ricorso per Cassazione attraverso due motivi: a) Travisamento della prova con riguardo all’accendino ritrovato indosso all’imputato definito fiamma ossidrica invece che fiamma antivento; b) Applicazione del giudizio di bilanciamento tra circostante eterogenee ad effetto speciale, in quanto la combustione illecita di rifiuti pericolosi non integra un’ipotesi autonoma di reato come riportato nella statuizione di condanna;

La Suprema Corte di Cassazione, con la pronuncia n. 29222/2025, ha rigettato il ricorso evidenziando che la combustione illecita di rifiuti pericolosi prevista dall’art. 256 bis integra un’ipotesi autonoma di reato e non, come sostenuto dal ricorrente, una circostanza aggravante.

La decisione è rilevante in quanto esclude un eventuale bilanciamento tra circostanze eterogenee, così come invocato dal ricorrente.

Le ragioni, riportate nella pronuncia in commento, a sostegno dell’inquadramento della combustione illecita di rifiuti pericolosi come fattispecie autonoma di reato sono differenti:

  • La pena è determinata in modo autonomo rispetto all’ipotesi di cui al primo comma che disciplina la combustione avente ad oggetto rifiuti non pericolosi;
  • La lettura sistematica della parte IV del Decreto consente di rilevare che la distinzione tra rifiuti pericolosi e non pericolosi, che proietta i suoi effetti sul contenuto delle autorizzazioni e delle prescrizioni imposte, integra un elemento chiaro a sostegno dell’autonomia delle fattispecie disciplinata nel secondo periodo;
  • Analoghe previsioni ricorrenti nel Decreto sono sempre state considerate fattispecie autonome allorquando hanno distinto la pena sulla base della natura del rifiuto.

Per ogni chiarimento e/o dubbio sulla rilevanza penale della condotta tenuta si consiglia di contattare lo studio.

Appropriazione indebita e divisione ereditaria

La vicenda scelta per la rubrica Dialoghi Penali esplora la configurabilità del reato di appropriazione indebita nel contesto di un giudizio di divisione ereditaria connotato da un’accesa conflittualità tra i due eredi.

Il caso:

Un giorno Tizio scopre che la germana Caia aveva venduto un quadro oggetto del giudizio di divisione, riconoscendo il bene su un sito di un antiquariato.

Immediatamente presenta una denuncia/querela nei confronti di Caia contestando il reato di appropriazione indebita ex art. 646 c.p. , in quanto quest’ultima aveva la disponibilità esclusiva del bene collocato all’interno dell’abitazione familiare, anch’essa oggetto del giudizio di divisione ereditaria, ove aveva continuato ad abitare.

A seguito di attività investigative, viene appurato che Caia aveva dichiarato all’acquirente, nell’atto di cessione, di essere la proprietaria esclusiva del quadro.

Dalla vendita aveva incassato la somma di € 400,00.

Il PM, valorizzando il valore contenuto del bene compravenduto e l’assenza di precedenti penali a carico dell’indagata, formula una richiesta di archiviazione per tenuità del fatto ex art. 131 bis c.p.

Caia, mia assistita, ha deciso di proporre opposizione alla richiesta suddetta.

Nello specifico, Tizio aveva omesso di riferire nell’atto di denuncia/querela che in data antecedente alla vendita si era appropriato della somma di € 3.000,00, presente su un conto cointestato con la germana.

Nell specifico, aveva chiesto all’Istituto di Credito ove era stato acceso il conto cointestato di emettere un assegno circolare in suo favore pari all’importo presente sul conto corrente di oltre € 6.000,00 e, quindi sottraendo illegittimamente alla sorella anche la quota di sua spettanza.

In ragione di tale comportamento, Caia aveva ottenuto un 𝗱𝗲𝗰𝗿𝗲𝘁𝗼 𝗶𝗻𝗴𝗶𝘂𝗻𝘁𝗶𝘃𝗼 per l’importo di € 3.000,00 dichiarato esecutivo, in quanto non opposto nel termine di legge.

La difesa:

Nell’atto di opposizione venivano proposti due motivi di archiviazione:

  • La causa di non punibilità dello 𝗶𝘂𝘀 𝗿𝗲𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀 che presuppone un credito certo, liquido ed esigibile;
  • La carenza dell’𝗲𝗹𝗲𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝘀𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗼 del reato , in ragione sia del credito formatosi in data antecedente rispetto alla vendita, sia dell’importo dell’appropriazione pari ad € 200,00 di gran lunga inferiore rispetto a quello presente sul conto corrente di € 3.000,00, sottratto alla germana.

La decisione:

Il G.I.P. ha accolto l’opposizione spiegata, emettendo ordinanza di archiviazione.

Il giudice ha evidenziato che dalla ricostruzione della vicenda non emerge la prova che la condotta posta in essere fosse sorretta dal fine di conseguire un ingiusto profitto.

La riduzione di 1/6 per il giudizio abbreviato e i rapporti con la continuazione

La riduzione ulteriore di 1/6 si applica soltanto per i reati per i quali, in sede di giudizio abbreviato, il giudice ha emesso sentenza di condanna e contro la quale non è stato interposto atto di gravame.

La decisione della Suprema Corte di Cassazione origina dalla censura mossa contro la decisione che ha riconosciuto la riduzione ulteriore di 1/6 soltanto nei riguardi della pena comminata per i reati oggetto del giudizio abbreviato, escludendo il beneficio sulla pena finale, ottenuta a seguito del riconoscimento della continuazione con i reati giudicati con altre precedenti sentenze.

La Corte ha osservato che il presupposto per l’applicazione dell’ulteriore sconto di pena nel rito speciale è individuato nell’irrevocabilità della decisione di primo grado per mancata proposizione dell’impugnazione da parte dell’imputato, a cui non è assimilabile la rinuncia successiva.

Inoltre il presupposto dell’irrevocabilità della decisione soggiace al principio del “tempus regit actum” e, pertanto, l’ulteriore riduzione presuppone che la decisione sia passata in cosa giudicata dopo l’entrata in vigore della Riforma Cartabia.

Peraltro, la riduzione di 1/6 ha una finalità differente da quale di 1/3, in quanto ha l’obiettivo di ridurre il carico giudiziario, evitando l’instaurazione del giudizio di Appello.

Ferme queste premesse, la Corte ha rigettato il ricorso evidenziando che la riduzione ulteriore di 1/6 trova applicazione limitatamente ai reati per i quali l’imputato ha formulato richiesta di giudizio abbreviato e, dopo la pronuncia di condanna, non ha proposto atto di gravame. Con riferimento agli altri per i quali è stato riconosciuto la continuazione, in sede esecutiva, non si ravvisa alcuna ragione per estendere un beneficio esclusivo dei reati giudicati con il rito alternativo.

L’Agente di polizia municipale che interviene fuori dal servizio e in abiti civili riveste la qualifica del pubblico ufficiale?

Il caso affrontato dalla Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13264/2025, investe il tema della qualifica di pubblico ufficiale in capo all’agente della polizia municipale che interviene, in abiti civili e fuori servizio, per sventare una truffa.

𝗜𝗹 𝗰𝗮𝘀𝗼: un agente della polizia municipale interveniva in abiti civili e fuori dal servizio per sventare una truffa ai danni di un automobilista.

L’autore del reato veniva condannato, con sentenza confermata in Appello, per il reato di resistenza a un pubblico ufficiale ex art. 337 c.p..

𝗟𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗲𝘀𝗮: l’imputato, per il tramite del difensore, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la sussistenza della qualifica di pubblico ufficiale in capo alla persona offesa, in quanto quest’ultima interveniva in abiti civili e fuori dall’orario di servizio.

𝗟𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲: La Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso evidenziando che gli appartenenti alla polizia municipale sono agenti di polizia giudiziaria in forza del combinato disposto dell’art. 5 della I. n. 65 del 7 marzo 1986 e dell’art. 57, comma 2, lett. b) c.p.p. purché, quando
esercitano il loro potere di intervento, si trovino nell’ambito territoriale dell’ ‘ente di appartenenza» durante il servizio e rispettino le attribuzioni loro riconosciute tra le quali l’accertamento dei reati.

“La locuzione contenuta nell’art. 57, comma 2, lett. b) cod. proc. pen. «𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗶𝘇𝗶𝗼» va interpretata in chiave funzionale, cioè con riferimento al rapporto di impiego e non all’orario di lavoro.

Ne consegue che la condotta illecita del ricorrente è stata commessa mentre l’agente della polizia municipale compiva un atto dell’ufficio di appartenenza, con conseguente integrazione del reato ex art. 337 c.p.

Il fisioterapista può incorrere nel reato di esercizio abusivo della professione di medico?

Il caso scelto per la rubrica “Dialoghi Penali” consente di esaminare i limiti correlati all’esercizio della professione di fisioterapista e le eventuali responsabilità di natura penale discendenti dal superamento dei predetti, che potrebbero determinare l’integrazione del reato di esercizio abusivo della professione ex art. 348 c.p.

Il caso…

Un fisioterapista veniva condannato per i reati ex artt. 348 e 609 co. 2 c.p. bis c.p. per aver esercitato abusivamente la professione di medico, in assenza della relativa abilitazione, eseguendo su diversi pazienti sedute fisioterapiche senza prescrizione medica, sostituendosi al sanitario nella diagnosi clinica e nell’elaborazione del programma riabilitativo.

Nel corso di alcuni trattamenti, abusando delle condizioni di inferiorità psichica delle persone offese, mediante azioni progressive ed invasive, volte a superare la loro resistenza, le avrebbe indotte a subire atti sessuali consistiti in penetrazioni della vagina o dell’ano con le dita.

La pronuncia di condanna alla pena di anni quattro e mesi sei di reclusione veniva confermata dalla Corte di Appello di Cagliari, che rigettava le censure sollevate con il gravame dalla difesa dell’imputato.

L’imputato, per il tramite del difensore, ha impugnato la sentenza emessa dalla Corte di Appello sollevando con il ricorso differenti motivi di doglianza.

Ci soffermiamo esclusivamente su quelli con i quali la difesa ha sostenuto, in primis l’insussistenza del reato ex art. 348 c.p. e, poi, la configurabilità dell’errore ex art. 47 c.p.

La decisione…

La Corte nel rigettare la prima doglianza ha evidenziato che il fisioterapista ha posto in essere attività di spettanza medica, avendo formulato una diagnosi e redatto un programma di sedute sulla base dei dolori e dei fastidi riferiti dalla paziente.

“La laurea in fisioterapia non abilita ad alcuna attività di diagnosi, consentendo al fisioterapista il solo svolgimento, anche in autonomia, di attività esecutiva della prescrizione medica”.

Occorre rilevare, peraltro, da una lettura della normativa di settore, in particolare dalla Legge n. 251 del 2000 e dal Decreto Ministeriale n. 741 del 1994, che il fisioterapista ha un’autonomia esclusivamente nell’ambito del profilo e delle competenze professionali proprie della figura, sempre in rapporto con le diagnosi e prescrizioni di stretta competenza medica.

Ciò significa che l’attività fisioterapica deve necessariamente inserirsi all’interno di una preliminare individuazione del problema clinico e del tipo di risposta riabilitativa necessaria, oltre che della verifica dei risultati, nel rispetto delle prerogative che la normativa statale attribuisce al medico e al fisiatra.

Il fisioterapista può certamente procedere a una valutazione delle condizioni funzionali del paziente nell’ambito delle proprie competenze riabilitative, ma tale attività deve rimanere circoscritta agli aspetti strettamente attinenti al percorso riabilitativo già delineato dalla prescrizione medica.

Quando invece il professionista si spinge a formulare giudizi diagnostici sulle cause del malessere, a individuare patologie o alterazioni organiche, o a predisporre autonomamente programmi terapeutici, si configura l’invasione dell’ambito di competenza esclusivamente medica.

La Corte ha rigettato, altresì, la richiesta di riconoscimento dell’errore ex art. 47 c.p. sulla conoscenza della disciplina di settore che si traduce in errore di diritto di mancata conoscenza della legge extra-penale, in quanto evitabile con l’ordinaria diligenza informativa.

Nonostante il rigetto dei motivi di ricorso esaminati, la Corte ha rilevato il decorso dei termini di prescrizione del reato, dichiarando l’estinzione del predetto.

Infine, quanto al reato ex art. 609 bis c.p. la Corte ha annullato la pronuncia limitatamente ai motivi relativi al trattamento sanzionatorio e alla pena accessoria.

Messa alla prova e imputato sopposto a misura cautelare personale

Il caso

Un uomo, accusato del reato ex art. 600 quater c.p., formulava tempestivamente, a mezzo del proprio difensore, richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova che, tuttavia, veniva rigettata.

Il Giudice non accoglieva l’istanza in quanto, al momento della sua presentazione, l’imputato era sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari per il pericolo di recidiva e, pertanto, formulava una prognosi negativa.

Condannato in primo grado l’imputato reiterava la richiesta nei motivi di appello, ma l’istanza sortiva analoga sorte.

La decisione

La Suprema Corte di Cassazione, a seguito di regolare proposizione di atto di impugnazione, ha accolto sul punto la censura dell’imputato, rilevando che il diniego ancorato esclusivamente ad una valutazione discendente dall’attualità della misura cautelare personale in corso, non appare conforme ai differenti parametri ex art. 133 c.p. , anche in considerazione della condotta collaborativa tenuta in sede di perquisizione dal ricorrente e del successivo percorso intrapreso nel periodo di restrizione, elementi esclusi arbitrariamente dal Giudice di merito nella sua valutazione.

La decisione, pertanto, è stata annullata con rinvio per un novo giudizio.